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Nel corso della vita artista di Franco Daverio, numerose sono state le testimonianze del suo operare.

16 giugno – 30 giugno 1934

Gino Ghiringhelli, nel presentare la mostra dei disegni del corso di Melotti tenutasi nella sua galleria d’arte del Milone così si espresse “ […]Poiché la libertà di questi ragazzi non è stata toccata, essi hanno potuto trovare di questo loro mondo le proprie forme, dirette con l’immediatezza voluta dalla prepotenza del dettato interiore, che fa loro superare ogni povertà e ogni grigiore della materia e dei mezzi.
Sono gli ammonimenti di questa libertà che ci hanno convinti di dover portare l’arte anonima di Cantù – naturalmente in una selezione severissima – a quella ribalta della polemica artistica che sono le nostre sale, concludendo con essa la nostra quarta stagione di mostre intese a forzare il gusto e le idee dell’incoltura artistica italiana.
Dopo che abbiamo portato in Italia l’opera di Kandinskij non ci si potrà accusare di amare un’arte intuitiva e primitiva. Ma dopo che avremo presentato questi sbalorditivi risultati di ragazzi, non ci si potrà più accusare neppure di amare un’arte celebrale e di puro gusto.

Noi dovremo a questi ragazzi quello che si dovrà finalmente riconoscere alla nostra polemica, di esigere che i valori dell’arte vengano cercati al di là dell’apparente, del luogo comune e del sedentarismo.[…]”.

Quando Franco Daverio all’epoca quindicenne, frequentava la scuola di arti applicate di Cantù, il suo insegnante Fausto Melotti, avendo riconosciuto le speciali doti artistiche del suo alunno, stimolava lui come i compagni di corso ad essere liberi di esprimersi al di là dei classicismi dogmatici ma invece attraverso un libero pensiero, portando alla luce, attraverso un segno libero da condizionamenti, le proprie emozioni interiori, concetti per l’epoca di assoluta avanguardia.

Forse anche come stimolo e gratificazione verso il suo allievo prediletto, ne era diventato suo collezionista conservandone i disegni, come lo stesso Melotti scrisse “… i suoi disegni, che la guerra ha purtroppo distrutti, darebbero testimonianza di quanto sia autentico questo suo modo d’interpretazione della realtà”
Questo unico disegno originale e retro-firmato da Melotti salvatosi dalle bombe della seconda guerra Mondiale, insieme alla riproduzione di quello in copertina al Milione e di un altro contenuto nell’edizione del 1934 del Quadrante, testimoniano quanto egli producesse già con una modalità moderna e d’avanguardia che non era la rappresentazione della realtà, ma usando un linguaggio visuale di forme, colori e linee, concetto figurato dall’astrattismo di Kandinsky e all’epoca non ancora approdato fattivamente tra gli artisti italiani.

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Giugno e Luglio 1934

Il Quadrante, era un mensile specializzato in architettura razionalista e aperto a dibattiti letterari, artistici e musicali che ebbe all’epoca un respiro internazionale e cosmopolita. Fondata nel 1933 da Massimo BontempelliPietro Maria Bardi, essa si pose sin dall’inizio come sostenitrice di uno spirito moderno e innovatore.
Vi trovò ampia eco la mostra del Milione riguardante i disegni della scuola di Cantù, cosi scriveva il direttore:  
“[…] La galleria del Milione ha chiuso la sua stagione con la mostra dei saggi del corso di plastica moderna della scuola artigiana di Cantù. Il successo della manifestazione ci induce a riportare, accanto ad alcuni lavori, gli articoli per i quali essa venne presentata da Carlo Belli e dall’insegnante stesso scultore Fausto Melotti.[…]”


[…] Voi cari amici del Milione, voi sapete la differenza, ed è proprio per mettere di fronte due mondi, quello vero e quello falso, che allestite adesso questa esposizione di idee.
A volte i disegni e le pitture di questi adolescenti ci appaiono come la fioritura di un impulso misterioso…e si liberano con uno strappo dalla custodia secolare dei pregiudizi. Che cosa sono essi? Idee. Se così è, come è, non ci sentiamo più tremare la penna in mano scrivendo che si tratta di materia creata: non dunque di modelli rappresentati, ritratti interpretati; ma di invenzione.
Questa evasione è certamente la prima del genere che si compie in Italia. Melotti che l’ha preparata con tranquilla coscienza e con vivo amore, potrà vantare in ciò una precedenza assoluta.
La morale che nasce da questo proponimento genera espressioni talmente alte, e questa esposizione lo dimostra, da mettere in una specie di imbarazzo chi volesse trovare per esse una definizione. Noi non sappiamo pensare ai saggi della scuola di Cantù, se non come una nuova, straordinaria, originalissima forma d’arte.
Carlo_Belli

E così scriveva Fausto Melotti:” […]Tre anni fa è stato istituito alla scuola professionale del Mobile di Cantù un corso di plastica moderna. L’aggettivo non è senza scopo, che questo doveva essere un corso speciale atto ad indirizzare gli allievi ad un gusto moderno. Noi crediamo che all’arte si arrivi attraverso l’arte, frutto di intuito personale: perciò tutto il nostro sforzo consiste nell’insegnare il piccolo eroismo di pensare col proprio cervello.”

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Disegno con testimonianza di Fausto Melotti

Quando Franco Daverio all’epoca quindicenne, frequentava la scuola di arti applicate di Cantù, il suo insegnante Fausto Melotti, avendo riconosciuto le speciali doti artistiche del suo alunno, stimolava lui come i compagni di corso ad essere liberi di esprimersi al di là dei classicismi dogmatici ma invece attraverso un libero pensiero, portando alla luce, attraverso un segno libero da condizionamenti le proprie emozioni interiori, concetti per l’epoca di assoluta avanguardia.

Forse anche come stimolo e gratificazione verso il suo allievo prediletto, ne era diventato suo collezionista conservandone i disegni, come lo stesso Melotti scrisse “[…] i suoi disegni, che la guerra ha purtroppo distrutti, darebbero testimonianza di quanto sia autentico questo suo modo d’interpretazione della realtà […]”

Questo unico disegno originale e retro-firmato da Melotti salvatosi dalle bombe della seconda guerra Mondiale, insieme alla riproduzione di quello in copertina al Milione e di un altro contenuto nell’edizione del 1934 del Quadrante, testimoniano quanto egli producesse già con una modalità moderna e d’avanguardia che non era la rappresentazione della realtà, ma usando un linguaggio visuale di forme, colori e linee, concetto figurato dall’astrattismo di Kandinsky e all’epoca non ancora approdato fattivamente tra gli artisti italiani.

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L’eredità di un artista.

Come cercare di narrare in poche righe un’intera vita dedita all’arte, forse raccogliendo alcune delle parole usate dall’amico artista e grande estimatore del suo operato, Bruno Talpo, che con grande sensibilità ci offre una visione di Franco come personaggio schivo e puro, incontaminato da mode e mercato, interamente dedito alla purezza dell’espressione dei suoi sentimenti.

 “…Daverio ama lo spazio, la sapiente distribuzione della luce soffusa e le vibrazioni impercettibili della materia in sintonia con i moti dell’anima…

si è misurato fino all’ultimo respiro con iconografie, tecniche e materiali di spessore millenario allo scopo di rinnovarne il valore e trasmetterlo al futuro… L’opera di Daverio, ancora oggi, si impone non per il clamore dell’arte ufficializzata dal mercato, ma per la sua duttilità e commovente fragilità nel proporre un “pensiero debole” involontariamente contrapposto a “codici forti” … Nella sua arte è racchiuso Il senso profondo della vita e della morte, il valore della continuità e della durata nel tempo di ogni vera creazione. L’intera opera si riferisce non solo alla realtà esteriore fattuale ma a quella interiore, simbolica. Come facevano i surrealisti, Daverio rende aperto il significato a varie interpretazioni per preservarne il fascino misterioso… costituiscono il suo repertorio formale: presenze femminili, di una plasticità solo apparentemente fuori dal tempo, invece profondamente radicata nel linguaggio e nella affermazione della propria modernità e del proprio consapevole rapporto con la storia”.

La sua visione traspare leggendo l‘articolo integrale scritto da Talpo sulla rivista trimestrale di arte e cultura bergamasca, “Arte della Provincia di Bergamo”.

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Pagine: 10; 26; 27; 28; 29; 30; 31; 32; 33; 34

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