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La Materia Fecondata

Ricordo dell’artista Franco Daverio, morto il 22 Ottobre scorso.

Bergamo conserva una delle testimonianze più preziose dello scultore di Erba: la chiesa in città dedicata a Teresa di Lisieux, parrocchia nella quale abitava.

C’è un filo esile, ma resistente, che ci lega alle opere di Franco Daverio. Qualcosa che fa pensare a una lenza sottile, quasi invisibile che ci ha catturato un giorno, forse senza accorgercene, e ci ha fatto abboccare all’amo del suo mondo semplice e straordinario.

Un mondo che, a sua volta, ci appare ancorato a qualcosa di più grande in cui è immerso, a cui rimanda. E dunque un richiamo, un rinvio quasi circolare quello che avvertiamo guardando i sassi a lungo levigati poi sapientemente scalfiti, il legno trasformati in oggetto o figura, la pietra che pur divenuta con singolare abilità volto d’uomo o animale sembra rimanere profondamente se stessa.

Ci affascina questa capacità di tramutare una materia e insieme rispettarla quasi fosse già essa misteriosamente impregnante e perciò, sotto le mani di un altro, capace di generale.

Nascono così, da Daverio, opere d’arte, ma esse sono anche frutti della natura: le due realtà non si escludono, non si sovrappongono, né, tanto meno una, quella della abilità tecnica, domina l’altra: esse  piuttosto si incontrano in una reciproca paziente amorosa fecondazione.

E’ forse per questo che l’espressione più frequente e più compiuta nel lungo lavoro dell’artista e quella della maternità: siano esse rappresentate in gruppi scultorei pieni come la vita di dolcezza e severità, o in pietre dalla allusiva forma ovale sulla cui nera superficie si intrecciano con linee intermittenti sottili figure di madri e figli o in disegni dal tratto pastoso, morbido come il corpo femminile insieme pronto, al sicuro, come l’abbraccio materno.

C’è in queste opere l’eco di un’atmosfera, di un clima a lungo respirato: un gioco in cui la vita è sicuramente segnata dalla fatica del lavoro, dall’applicazione intelligente e costante, e dalla dedizione a un esercizio quotidiano, ma un luogo in cui tutto questo è accompagnato da un sostegno fiducioso, silenzioso e amorevole. Alle spalle di quest’uomo si avverte la presenza di una casa, una dimora che è anche un’officina, ogni casa lo è, ma è soprattutto uno spazio protetto, quasi una grotta in cui ataviche relazioni ogni giorno si rinnovano ed entro la quale tu stesso puoi trovarti, anche da vecchio, rinato.

Daverio conserva in tutto l’arco della sua produzione e della sua vita questa capacità di venire alla luce, anzi di esserne avvolto e aprirsi a lei come un bambino stupito che crede nel mondo che lo esplora.

La sua è l’avventura umana di sempre quando, alle origini, l’impronta buona della vita segna la realtà che ti circonda e tu avverti con essa una fondante, segreta possibilità di intesa.

Se questa traccia rimane, anzi è prevalente, tu avrai un sentiero da ritrovare, su cui tornare quando la foresta delle universe cose diventa ostile, inestricabile: tu riprenderai da là il cammino e addomesticherai il mondo, lo farai ancora diventare abitabile.

Ingenuità questa? Forse sì.

Daverio è uno di questi ingenui che raggiungono traguardi non con l’arma della competizione e del conflitto ma con la coltivazione di una semplicità sapiente che permette di rimanere liberi e spesso sorridere con silenziosa leggerezza.

E allora, dietro la fragilità apparente di certe scelte isolate, quasi di chi sta ai margini della tragicità della vita e non viene compromesso dalla sua durezza, può giungere invece un messaggio più profondo di tanti altri: quello di chi ha toccato le radici misteriose dell’esistenza e che può far alzare verso il cielo le braccia anche nella raffigurazione della tragedia più alta, quella di un Cristo crocifisso che sembra portare su di sé i segni delle vittime dell’olocausto.

Di Lucia Gandolfi

(Articolo del 28 novembre 1999 nella sezione arte de “La nostra Domenica”- l’Eco di Bergamo)

Nella foto: “Maternità” (1951), legno rivestito di rame. A sinistra: “animali fantastici” (1987-88), fusione in argento.

Link all’articolo originale:

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