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Scultore che sa raccontare la storia come una fiaba

(Articolo de “L’Eco di Bergamo del 29 Giugno 1995)

Legato a una precisa tematica ma sempre nuovo e sempre giovane: ed è attivo da 50 anni.

Franco Daverio è un artista solitario.

Non ha mai frequentato i salotti o inaugurazioni e, ne sono certo, nessuno l’ha mai incontrato in quelle occasioni mondane così ricercatie dagli artisti d’oggi.

Quanto invece abbia lavorato e prodotto nella solitaria continuità del suo studio, sostenuto dalla consapevolezza di una coerenza eccezionale, ci è dato di constatarlo dalla magnifica mostra che il Comune di Bergamo gli ha dedicato in 3 importanti sedi espositive in Città Alta: al Teatro Sociale, alla Biblioteca Civica Angelo Mai e alla Galleria Casati in Piazza Vecchia, molte che rimarranno aperte fino al 9 luglio, documentate da un ampio catalogo delle edizioni Mazzocca.

Ne risulta un’immagine anomala di scultore, solitario appunto ma consapevole e coerente, tanto che non si legge alcuna discontinuità tra le sue prime opere degli anni Trenta rispetto a quelle degli anni più recenti. Dall’età di 15 anni, quando per la disperazione della madre e dei suoi insegnanti riempiva i quaderni di matematica e di computisteria con traboccanti immagini disegni fantastici, fino ai quasi ottant’anni di oggi.

Daverio ha sempre lavorato con la medesima freschezza e genuinità, con identico trasporto e con immutata ispirazione.

Non c’è mai nelle sue opere la stanchezza di un mestiere ripetitivo, eppure si può anche dire che, per tutta la sua vita, non abbia fatto altro che inseguire e cercare di cogliere le medesime immagini. Persino esasperante potrebbe apparire la monotonia tematica delle sue rappresentazioni, fatte di figure e di personaggi ricorrenti, di simboli e emblemi costruiti sulle emozioni di una forma arcaica, quasi totemiche ma non meno attenta nella sensibilità delle avanguardie contemporanee.

Spesso è l’ostentazione di una tecnica grafica o  plastica a costruire l’immagine: una linea che si rincorre, la tessitura di una superficie, la patinatura sapiente dei materiali, la valenza espressiva di una tecnica raffinata e coltivata con attenzione artigianale.

Altre volte è il gioco di un segno che costruisce la forma: una linea, un filo astratto, materico e celebrale ad un tempo, lungo il quale si dipana un racconto, una storia, una favola fatta di sottile ironia, di improvvisi lampi lirici sempre sostenuti da un sentimento di leggerezza e di spontaneità creativa.

Si può dire insomma che Franco Daverio abbia costantemente inseguito la forza evocativa di alcune immagini ricorrenti che costituiscono il suo repertorio formale: presenze femminili,  di una plasticità solo apparentemente fuori dal tempo, invece profondamente radicata nel linguaggio e nella affermazione della propria modalità che nel proprio consapevole rapporto con la storia.

E infatti nell’ostinazione e nella continuità che si riconosce la creatività più profonda del suo lavoro di artista, così lontano da ogni debolezza e da quella fragilità culturale, tipica dei minori, che nel panorama artistico di oggi traspare diffusamente negli incessanti tentativi di ricominciare sempre da capo, per rivolgersi esternamente a qualcosa di estraneo dall’esperienza reale dell’uomo e dell’artista stesso.

La consapevole determinazione Daverio, la sua apparente fissità attorno ad un tema ricorrente, è invece il segno più evidente della sua grandezza. Una grandezza umana prima ancora che artistica, che risalta ancor più significativa in un momento in cui, sempre più spesso, ci tocca assistere alla miseria e all’angoscia di troppi artisti incapaci di costruire il segno e il senso della propria esperienza, occupati ad inseguire i miraggi dell’attualità e dell’aggiornamento culturale.

Si è parlato spesso di Melotti a proposito di Franco Daverio, se n’è parlato per quel rapporto che negli anni Trenta lo vide e tra i suoi migliori allievi alla Scuola d’Arte di Cantù, e che più volte ne è stata sottolineata la collaborazione in disegni fatti per la Galleria del Milione e per la rivista di  Bardi e Bontempelli, “Quadrante”.

Eppure questa parentela con Fausto Melotti, più che nell’antica memoria di una frequentazione giovanile, ci sembra di coglierla oggi con evidenza nelle sue stesse opere : nella plasticità classica delle sue sculture, nel arcaismo evocativo delle sue forme oniriche e metafisiche.

Ma è soprattutto l’atteggiamento etico di una penetrazione e lirica ironia che avvicina Daverio al grande scultore di Rovereto. In alcune pagine di Fausto Melotti, scrittore e poeta lucidissimo, sembra infatti ritrovare la medesima moralità che anima il mondo creativo di Daverio.  Ci piace allora pensare che negli aforismi di un piccolo libro di Melotti “Linee”, edito a Milano nel 1971 , stia nascosta anche una possibile chiave di lettura capace di aprirci tutta la vastità del mondo poetico di Daverio e la sua profonda umanità. È una chiave che ritroviamo nella lucidità guizzante di quei giudizi estetici, nella moralità dei paradossi i poetici: valga per tutti la citazione della breve riflessione con cui si chiude quel volume, ho un pensiero sintetico che, più di ogni altro intervento critico, potrebbe ben stare ad epigrafe e a commento di tutto il lavoro di Franco Daverio : “Non possiamo più ascoltare fiabe , la storia è stata troppo cattiva con noi. Però possiamo raccontarci la storia come fosse una fiaba”.

Di Attilio Pizzigoni

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